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I guerrieri celtiberi e la falcata
(tratto dal sito dei Fianna Ap Palug)

 

Senza ombra di dubbio, l’equipaggiamento dei guerrieri celtiberi si discostava molto per peculiarità da quello dei loro parenti a nord dei Pirenei. Gli influssi greci e cartaginesi avevano influenzato anche in campo militare i Celti di Spagna, e i loro nobili indossavano elmi a calotta ornati di crini di cavallo e armature di cuoio con strisce e scaglie di metallo sovrapposte, simili alle future loricae squamatae romane, o imitazioni della thorax greca. Gli scavi delle necropoli ci hanno anche restituito esempi di cardiophylax, lo scudo pettorale utilizzato ampiamente anche dalle popolazioni italiche, un grande disco di metallo fissato al petto con due cinghie di cuoio incrociate che passavano sulle spalle dietro la schiena, con la funzione di proteggere il cuore e le altre parti vitali del torso.

 

Oltre al caratteristico scudo celtico oblungo e piatto, sempre a causa delle forti influenze greche e cartaginesi, veniva utilizzata anche la caetra, un piccolo scudo rotondo e concavo, non a manopola ma ad imbracciatura.

Tra le armi da lancio, popolarissimo presso i Celtiberi era il gaesum, detto dai Romani soliferrum. Trattavasi di un giavellotto interamente in metallo, dalla lunghezza variabile da 1,40 cm a 2 metri, dalla cuspide piccola e solitamente munita di alette laterali come la punta di una freccia.

Caratteristico nell’Europa Centro-Orientale della casta guerriera celtica dei Gaesati, nulla esclude che furono proprio loro ad importarlo nella Penisola Iberica; fatto sta che il gaesum divenne in breve tempo un’arma peculiare delle popolazioni ispaniche, sia iberiche che celtibere.

Superato il periodo delle spade con elsa ad antenne, proprie delle culture proto-celtiche e del periodo Hallstatt, l’arma che rese certamente celebri i guerrieri celtiberi fu la falcata, una pesante spada a taglio singolo in tutto e per tutto identica alla machaira etrusco-italica, che a sua volta derivava direttamente dalla kopis greca: un arma simile all'odierno kukri indo-nepalese.

Indubbiamente meno elegante di una spada lateniana o di un cladius iberico, la falcata è ciò che nel gergo delle lame viene definito un “chopper”.

Il dottor Jim Risoulas, esperto d’armi bianche, definisce la falcata “un ascia con la superficie offensiva ottimizzata”, e benché questa sia magari una definizione un po’ semplicistica, rende magnificamente l’idea, visto che la struttura e il funzionamento di questa lama è basicamente quello di una mannaia.

La parte terminale, ricurva e ampia, è concepita per essere l’area di impatto principale, e concede all’arma, in una combinazione eccellente di peso e forma, di penetrare molto in profondità e di infliggere ferite devastanti e nette:

Tito Livio ci tramanda che un solo colpo di falcata poteva “recidere le braccia all’altezza delle spalle o tagliare una testa”, la particolare forma della curvatura, inoltre, è eccellente per portare trancianti dall’alto verso il basso o altri colpi corti e veloci, specialmente per aggirare la difesa data dai grandi scudi.

La particolare impugnatura a maniglia, inoltre, consente una maggiore presa rispetto a qualsiasi altra spada, necessaria vista la violenza dei colpi e la totale bilanciatura in punta.

 

 

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Ultimo aggiornamento:30-09-09